Il ritorno a scuola di una psicologa ai tempi del Covid

In queste sere di fine dicembre leggo tanto tantissimo e stasera sono incappata in una antologia pubblicata sul web dal titolo “Covid-19 – Un’esperienza da raccontare”, con una raccolta di scritti di studenti e studentesse della scuola secondaria di primo grado delle province di Bergamo, Cremona e Lodi. La prefazione, scritta dal Garante dell’Infanzia e dell’Adolescenza della Regione Lombardia, mi è parsa perfetta per introdurre anche le mie riflessioni sul mio lavoro svolto negli ultimi mesi:

 “Il  2020 è stato un anno di cambiamento radicale nella vita dei cittadini di tutto il mondo, un  punto di non ritorno in cui, in un modo o nell’altro, ci siamo dovuti confrontare con la nostra fragilità umana, con le nostre debolezze e con le nostre relazioni, ma soprattutto è stato un anno in cui le vite di tutti noi si sono dovute scontrare con le scelte legate alle tutele rispettive dei diritti umani, individuali e collettivi. Il diritto alla salute, nella sua centralità, ha fatto da perno della riflessione globale, sia rispetto alle garanzie delle libertà personali, sia rispetto alle tutele di tutti gli altri diritti fondamentali. Nel caso dei più giovani, ad esempio, la tutela della salute si è dovuta interfacciare con il diritto all’istruzione, il diritto al gioco o il diritto all’ascolto e alla partecipazione, determinando in tal senso tutte le scelte e i limiti dei lockdown, della DAD, delle chiusure/aperture di scuole, centri di aggregazione e spazi sportivi. Proprio l’ascolto e la partecipazione però, invece di rappresentare una risorsa importante cui attingere, un punto di vista coinvolto e competente e/o una bussola fondamentale nell’orientare le scelte sociali e politiche di tutta la comunità, sono stati spesso gli aspetti più trascurati o addirittura negati al mondo dell’infanzia e dell’adolescenza. A livello mondiale sono emersi infiniti pareri ed opinioni, ognuno ha sentito di dover commentare dire o dissentire su tutto, ma pochi, troppo pochi, hanno davvero dato la possibilità ai più giovani di esprimersi e di liberare il proprio vissuto nell’ambito dell’emergenza COVID-19, prendendone in considerazione le idee, proposte o suggestioni. Oggetti passivi di scelte sovraordinate, i ragazzi hanno però vissuto, pensato, patito, sognato… giorno dopo giorno.” 

Un anno fa circa, era metà dicembre del 2020, ho letto quasi per caso di alcuni bandi per psicologi per l’attivazione nella mia città di sportelli di ascolto in alcune scuola superiori. Come spesso mi è successo in passato, ed evidentemente torna a succedermi ancora, ho risposto di getto, e all’ultimo momento come da mia tradizione, sfinita di ore interminabili di sedute online, corsi di formazione a distanza, con la brama di uscire di casa e dalla studio e incontrare persone, in special modo gli adolescenti con la loro energia vitale e passionalità. 

 

      Ad un anno di distanza dall’inizio di questa nuova esperienza in due scuole superiori   livornesi, a meno di due giorni dalla fine di questo 2021, il secondo anno di pandemia da Covid- 19, è giunto anche per me la necessità di fare un bilancio. Il disagio nei giovani è grande grandissimo, così come nei loro insegnanti e nei genitori. Ma ho incontrato così tante persone che hanno saputo affrontare paure, sofferenze, perdite, che ringrazio il mio istinto (forse anche questo molto adolescenziale), che mi ha fatto ritornare tra i banchi di scuola ad imparare tanto ancora. Perché in una professione come la mia, lo Psicologo, questa professione che ancora fa tanta paura ad alcune persone, non si finisce davvero mai di imparare, ma se hai la fortuna di lavorare come psicologo nella scuola bisogna che tu apprenda in fretta :-) !!  

“Da quel momento non sono più uscito di casa e la paura continuava un po’ ad aumentare, fino a diventare una vera e propria preoccupazione/ Col passare del tempo, però, mi sono accorto che c’erano anche dei lati positivi nel restare a casa / Per esempio, all’inizio io non davo molta importanza all’organizzazione, ed infatti dopo una settimana mi dimenticai di una lezione e non mi presentai/ Molto spesso mi ritrovo con una miriade di pensieri per la testa, domande a cui non riesco a dare una risposta, insicurezze e debolezze dell’animo, un senso unico di confusione a cui non riesco a dare un freno”.

Mentre il dibattito tra gli addetti ai lavori in questo momento di boom della psicologo scolastico ruota intorno alla formazione dello psicologo scolastico, al ruolo e agli obiettivi di questa professione in via di definizione (psicologo che promuove benessere o per aiutare a gestire il disagio a scuola? psicologo di base radicato nella scuola o psicologo specialista membro di un team che copre un ampio territorio?) io mi sento di ringraziare ancora per due motivi: 1. per aver lavorato 10 anni nella formazione professionale con un team di educatori/formatori talmente appassionato del loro lavoro da insegnarmi tanta parte della creatività di cui c’è bisogno nello stare a contatto con i ragazzi a scuola; 2. per aver investito sempre di più negli ultimi anni nel confronto all’interno dell’equipe di cui faccio parte, perché davvero dove non arrivo io c’è sempre qualcuno che ti può aiutare. Insomma ringrazio per credere in alcuni valori professionali fondamentali e nel lottare ogni giorno per trovarli nei contesti dove lavoro

Ma non basta. C’è bisogno continuamente di confrontarsi a tanti livelli, con i genitori, con gli insegnanti, con tutte le figure che ruotano intorno a questi adolescenti in difficoltà. Hanno sbalzi di umore e disturbi del sonno, non mangiano oppure si abbuffano, sono autolesionisti ma anche aggressivi, fino a diventare bulli. Sono inquietanti i risultati delle indagini svolte in questo momento storico sui giovani dopo il Covid. Ascoltare, è questa la chiave. Perché non bisogna perderli, bisogna impedire che si perdano. 

Ho sentito un collega psicologo fare questa proposta una volta: “non chiamiamo più lo psicologo strizzacervelli, bensì allargacervelli”. Divertente certo, ma non facile da realizzare in una cultura come la nostra che è focalizzata più sugli aspetti negativi che positivi, più sugli errori compiuti che sulle conquiste; si dà più attenzione a ciò che non va, piuttosto che a quello che funziona bene. Per esempio, nella mia esperienza ho verificato in numerose occasioni che i ragazzi migliorano, ma non lo notano e sono poco consapevoli dei progressi realizzati, anche minimi. 

Il 26 dicembre di quest’anno, pochi giorni fa, è scomparso l’Arcivescovo sudafricano Desmond Tutu, vincitore del Premio Nobel per la pace nel 1984, che insieme a Nelson Mandela si batté per sconfiggere l’apartheid. A conclusione di questo mio scritto “sconnesso” per citare un prof scrittore di una scuola dove lavoro, vi propongo infine una delle frasi più celebri di Desmond Tutu:

  “La speranza è la capacità di vedere la luce nonostante le tenebre”

Facciamo questo dono ai nostri ragazzi: ascoltiamoli e insegniamo loro a vedere la luce, anzi cerchiamola insieme a loro.

 

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